Lo sport non è un benefit aziendale. È una questione di leadership

Per molte aziende lo sport è ancora una voce del welfare: convenzioni con palestre, tornei interni, qualche corso, una giornata dedicata al benessere dei dipendenti.

Tutto utile, ma abbastanza marginale.

La questione interessante è un’altra: che cosa succede a un’azienda quando lo sport entra davvero nella sua cultura?

Non perché tutti debbano diventare sportivi, ma perché alcune caratteristiche dello sport hanno molto a che fare con il modo in cui un’organizzazione lavora.

La prima è semplice: il risultato conta.

In un’azienda si può discutere per ore di strategie, intenzioni e buoni propositi. In campo, alla fine, il punteggio rimane quello. Una prestazione è una prestazione. Un tempo è un tempo. Un traguardo viene raggiunto oppure no.

Questo non significa trasformare l’impresa in una gara permanente. Significa recuperare una certa concretezza.

Una buona leadership dovrebbe avere la stessa chiarezza: stabilire cosa si vuole ottenere, mettere le persone nelle condizioni di farlo e poi guardare ai risultati.

Il corpo non è un problema esterno al lavoro

Per decenni l’organizzazione aziendale ha trattato il corpo quasi come una questione privata.

L’azienda forniva una scrivania, un computer e un orario. Il resto riguardava il dipendente.

È un’impostazione che oggi mostra qualche limite.

Chi passa otto o dieci ore seduto, chi lavora sempre davanti a uno schermo, chi affronta trasferte frequenti o giornate frammentate da riunioni non lascia il proprio corpo fuori dall’ufficio.

E nemmeno l’azienda può farlo.

Non serve costruire palestre aziendali da milioni di euro. A volte significa semplicemente organizzare diversamente una giornata, favorire l’attività fisica, mettere a disposizione spazi o convenzioni, lasciare che una parte del tempo possa essere utilizzata per muoversi.

Non è beneficenza.

È gestione delle risorse umane nel senso più letterale del termine.

Una squadra non si costruisce con il team building

C’è poi un aspetto che interessa direttamente la leadership.

Lo sport insegna a distinguere il gruppo dalla squadra.

Mettere dieci persone nella stessa stanza non crea una squadra. Nemmeno organizzare una cena aziendale.

Una squadra funziona quando sono chiari i ruoli, quando ciascuno conosce le proprie responsabilità e quando il risultato di uno può influire sul lavoro degli altri.

È esattamente ciò che accade in un’azienda.

Per questo lo sport può essere più interessante di molte attività costruite artificialmente per «fare squadra».

Non perché una partita di calcio risolva i problemi di un ufficio, ma perché rende immediatamente visibili alcune dinamiche: chi prende responsabilità, chi collabora, chi tende a fare tutto da solo, chi sa rispettare un ruolo e chi vuole occuparli tutti.

La leadership, naturalmente, non consiste nell’osservare i dipendenti durante una partita.

Consiste nel portare quella stessa chiarezza nell’organizzazione quotidiana.

Competizione non significa guerra

Un’altra parola che spesso mette in difficoltà le aziende è competizione.

Eppure lo sport senza competizione praticamente non esiste.

La questione non è eliminarla, ma governarla.

Un’organizzazione nella quale nessuno può distinguersi, nessuno può misurarsi e ogni differenza di risultato viene considerata scomoda rischia di diventare molto equilibrata e poco ambiziosa.

All’estremo opposto, un ambiente nel quale tutti devono continuamente dimostrare di essere migliori degli altri diventa rapidamente improduttivo.

Lo sport professionistico conosce bene questa differenza.

Si compete con l’avversario. All’interno della squadra si lavora perché la squadra vinca.

È una distinzione che anche un’azienda dovrebbe saper mantenere.

Allenarsi prima di chiedere prestazioni

C’è infine una lezione molto concreta che riguarda la formazione.

Nello sport nessuno pretende una prestazione elevata senza allenamento.

Nelle aziende, invece, capita ancora spesso di promuovere una persona, affidarle nuove responsabilità e aspettarsi che impari direttamente mentre lavora.

A volte funziona.

Non sempre.

Lo sport parte da un principio molto meno romantico: prima si prepara la prestazione, poi la si verifica.

Allenamento, ripetizione, correzione, nuovo tentativo.

Anche la formazione aziendale potrebbe recuperare questa logica, soprattutto per i ruoli nei quali gli errori hanno conseguenze importanti.

Non basta spiegare qualcosa una volta. Occorre fare, sbagliare, correggere e rifare.

La leadership si vede anche da questo

Per capire quanto un’azienda consideri davvero le proprie persone non è sufficiente guardare allo stipendio o alla qualità dell’ufficio.

Si può guardare anche a quanto spazio concede alla vita fisica di chi ci lavora.

Un’azienda che considera lo sport una perdita di tempo probabilmente considera il tempo una risorsa da spremere.

Un’azienda che lo considera soltanto un benefit ha fatto un passo avanti, ma ancora piccolo.

Una leadership più matura può invece considerare l’attività fisica per quello che è: una componente normale della vita di persone che lavorano, producono, decidono e assumono responsabilità.

Non tutti correranno una maratona. Non tutti andranno in palestra. Non tutti ameranno il calcio, il ciclismo o il tennis.

Non è questo il punto.

Il punto è che un’impresa composta da persone fisicamente attive, con occasioni reali per muoversi e con una diversa attenzione al rapporto fra prestazione e recupero, è organizzata attorno a esseri umani e non soltanto attorno a postazioni di lavoro.

Ed è qui che lo sport smette di essere welfare.

Diventa una scelta di management.

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